venerdì 1 marzo 2013

flashback. coming out

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I miei pensieri emanavano parole che, varcate le soglie delle mie labbra, si trasformavano in azioni. Oggetti. pugnali. Mia madre era lì davanti e subiva ogni mia sillaba come fosse uno schiaffo. Piangeva. Avevo sedici anni in quel giorno di novembre. L'estate mediterranea incespicava morendo dietro le mie spalle e un tiepido natale di provincia si apprestava a vomitare il suo vagito.
Odiavo il natale. Detestavo la provincia. Avevo Sedici anni e mi ero appena dichiarato frocio.
La psicologa del servizio pubblico. Le avrebbe voluto parlare lei ma, mia madre, insisteva per saperlo da me. “che mi deve dire?”, “perché mi stai facendo andare là?”. Ecco perché cara mamma. Per evitare di essere io a schiaffeggiarti. A sedici anni mi affacciavo nella vita e cominciavo a godere del potere oscuro delle parole. Forse dentro di me c'era il desiderio sadico di causarle dolore per ricordare, a lei e al mondo, che non ero succube dei suoi imperativi morali.
Drogati, froci e malati di AIDS nei suoi discorsi erano categorie intercambiabili. Anzi, non proprio, perché di droga se ne parlava eccome mentre di gay no. Quello era Tabù. Parlava sempre con disprezzo di droga e di AIDS e lo faceva per rimandare a quel discorso impronunciabile. Per esorcizzare la paura che io lo fossi.
E allora beccati me. Sono frocio cara mamma. Ossia sono drogato. Ossia ho l'AIDS. Pensi ancora che siano la stessa cosa?
Fui crudele e inflessibile per qualche anno e non mi sbagliai a esserlo.
Ma tu sai che io ne soffro? Sai che potrei anche suicidarmi?” “o certo cara mamma, so che ne soffri ma se tu dessi l'addio al mondo non cambierei di certo orientamento. Sarei solo un orfano finocchio”
Misi un muro tra il suo linguaggio e il mio e fu l'unico modo per costringerla a capire. Ero una checca e non sarei cambiato.

venerdì 1 febbraio 2013

Capitolo I, a Londra

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Soltanto l’edera può uccidere la quercia. L’affoga sotto il verde arrampicato. Le toglie il sole l’aria e la rugiada.

Io ero quercia quando volai via. Volai per Londra, per vedere il mondo. Venisti a me e ti arrampicasti sopra.
La giornata era uggiosa ed invernale, nulla di nuovo nella grande Londra, solo per me era il primo approccio al mondo, come nascessi ora, in Inghilterra.
Tuffnell Park, linea nera della Tube e non poteva essere altrimenti. Felice per il futuro innanzi a me, e triste al pensiero del presente. M'era ignota la lingua, il cibo, il clima. Giunsi così in un ostello di italiani pregando il dio, in cui non credevo, di non rendermi mai come erano loro. Uno conservava un ombra di bellezza perduta forse solo due anni prima, un ombra di bellezza nel suo orrore. Non lavorava, non aveva orari, né amici né pensieri per la testa che non fossero il suo schifoso Crack. Quando aspirava il fumo bianco e denso il mondo cambiava nei suoi occhi, il cielo uggioso ridiveniva chiaro, la pelle gli tornava senza macchie e parlava come fosse un oratore. L'illusione svaniva come sempre rimettendo le macchie al loro posto, il cielo grigio e le bruciature disseminate attorno alle sue labbra. Gli zigomi scavati e i denti rotti. Eccolo li chi ha preso Londra in mano e liquida è caduta tra le dita, non so come vivesse o con quali soldi, so solo l'Inghilterra molto cara e lui viveva e si drogava tanto. Forse rubava ma a me non interessa, tutto ciò che di lui sapevo me lo disse un ragazzo come me, uno dei pochi che ancora rifletteva, ma guarda caso era il loro pusher. Il craccomane non era peggio di altri, prigionieri di quell'ostello nero, come la linea della Tube accanto.
Da fuori era una casetta come tutte, in legno scricchiolante e di due piani come gli inglesi amavano che fosse, dentro invece sembrava un labirinto, corridoi ricoperti di moquette, i bagni freddi e lerci e mille stanze con sotterranei bui, quasi da film. La facciata e l'interno della casa sembravano due mondi paralleli, le dimensioni non combaciavano e neanche il paesaggio alle finestre, li cominciò la lotta che poi vinsi tenendo i denti stretti e i pugni chiusi. Li, in quella casa/nastro di Moebius, rimasi appena dieci giorni e poi mi trasferii, con l'edera, nel bosco!

domenica 20 gennaio 2013

capitolo II, il lavoro e la tua gelosia


Le case di Wood-Green erano basse, tetto spiovente e con giardino innanzi. tutte gemelle di mattoni rossi. Prendemmo casa con un letto grande, per dormire e risvegliarci amanti.

Le case erano basse al mio paese, ma senza tetto perché li non piove mai. Il sole brucia i visi dei bambini e io bambino giocavo per le strade sempre solo o con amici immaginari. Adesso ero tutt'altro. Ero cresciuto, sbocciato tra le mani della vita, fuggito via Roma, Parigi e Londra. Tre lingue e tre modi di vedere. Costruito così triplicemente.

Mi alzavo presto, alle otto del mattino. Mi alzavo presto per cercar lavoro:
“chi ti chiama ogni giorno di mattina?!”
Ma era solo la sveglia e nessun altro. Capii ridendo che mi crescevi attorno, ma non pensavo che la gelosia fosse Edera e non Lentisco inerme!

Grassa bionda e dai capelli corti, di mezza età con un sacco d'energia. Questa era S. un'agente del lavoro. Aveva un ufficietto tutto verde in cima a una scala di tre rampe che, come il tralcio di una vite americana, s'attorcigliavano per non dare frutti buoni.
Aveva un ufficietto su Oxford Street lugubre retroscena di fianco alla sfavillante via. Mille facce straniere speranzose, mille bocche di pulcini affamati a reclamare un rigurgito di pane. S. Ti sbatteva in un tugurio e dovevi pagarla a percentuale. Sapeva tre parole in ogni lingua e fuori dal suo studio una perenne attesa come chi, finito in purgatorio, attende al varco del regno della luce.
Quando usciva a parlare con qualcuno, il silenzio precipitava greve e mille occhi la seguivano all'unisono, sperando che avesse trovato qualcosa anche per gli altri. Con me non ha mai risolto niente. Forse vide male nel mio involucro. Pensò non fossi adatto a lavorare e si sbagliò. Ero disposto a tutto. Dovevo Io vincere su Londra. 

giovedì 20 dicembre 2012

Capitolo III, Lavoro ad Angel

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Trovai un impiego dopo un lungo mese. In quella Londra che ti uccide dentro: raccogliere bicchieri insudiciati, in un inferno angusto di mediocri.

Angel” era il quartiere dell’inferno e gli inferi un australiano Pub!

Dopo il mio primo giorno di lavoro, pensasti che succhiassi il cazzo al manager, e invece lo succhiavo solo a te.

Non c’era razio che la sconfiggesse la gelosia morbosa che t’affligge, ad ogni sguardo che volgevo al mondo vedevi un tradimento realizzato.

Piano morì anche la mia ragione che tanto non serviva a ragionarti.

E il tuo possesso divenne il mio possesso.
A letto si compiva tutt’altro. Ti diedi immensa la mia voluttà, ti feci penetrare anche il mio corpo. Sentivo perfezione in quei momenti.

Caddero presto tutte le barriere che avevo erto innanzi al godimento. Ci leccavamo senza alcun tabù. Tutte le bocche sulla nostra pelle. Ti confidai i segreti dei miei orgasmi. Ad ogni bacio rubavo un po’ di te.
Come già detto morì la mia ragione. Venne investita da un pullman a due piani, su quelle strade opposte in quella Londra, solcata in due dal nero, amaro fiume.


sabato 24 novembre 2012

Capitolo IV, la nana informe

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Angel era la bocca dell’inferno. E io nel pub raccoglievo bicchieri. I clienti sembravano relitti: fossili di bellezze mai vissute. trentenni senza denti e senza idee.

 Egli veniva a prendermi ogni giorno. Alle tre di notte per portarmi a casa. Il manager capì che ci amavamo,
lo prendo in prova a lavorar con te”
E gli trovai lavoro in quell’orrore.


Ventiquattrore. Tutta la giornata. Stavamo assieme sempre e in ogni dove. E più mi aveva, più si litigava.
mi hai trovato lavoro. Come hai fatto? Glielo hai succhiato a quel sudicio uomo?”
Mi tormentava con la gelosia.
Il sole a Londra sembra più lucente, perché è più raro di giornate uggiose.
Quando eravamo baciati di fortuna, la mattina irrompeva nella stanza, sfruttando una fessura verticale formata dai due lembi delle tende. Forava come lama una ferita, tagliando il nostro letto in due metà. Noi ci alzavamo a mezzogiorno esatto e pranzavamo colazione inglese. Litigavamo, ci amavamo e basta. O rosso o nero senza altri colori.


Svelta, bella e difficile era Londra. Spinosa come un frutto di stramonio, e i colleghi erano tutti vermi.
Una di loro, brutta, bassa e larga, si avvicinò guardandomi attraverso le lenti spesse dei suoi tristi occhiali:
My name is Charly”
studiava alla st. Martin. Studiava arte ma era un ignorante.
I primi giorni fu meglio del gruppo ma poi divenne la peggiore. Fredda. Non salutava avvolte, e poi fingeva di non vedermi, come fosse cieca.
Ero stressato ovunque, dentro e fuori. Stremato in casa al college e a lavoro. Le riversai tutto il mio odio addosso a quella informe, stupida ragazza.
Era quasi la fine d’una sera. Mi rivestivo piano al ripostiglio. Sistemavo il mio viso nello specchio. Guardavo il mio riflesso. Ero da solo.
Sentii un telefono squillare allegro, dentro la borsa della nana informe. Andai correndo e scalciai sul suono. Su quello squillo che si ruppe piano. Per me era lei e le scalciavo in bocca. Le ruppi tutto e mi riempì di gioia.
Non seppe mai, neppure immaginò. Le sorridevo sempre per vendetta.





La domenica si andava a Camden-Town. Al mercatino ad acquistar stranezze. Gli inglesi amavano il mio viso e stile. Amavano i miei occhi grandi e neri. La pelle bianca e i capelli lunghi. Nei negozi tentavano d’avermi. Di rimorchiarmi, di portarmi a letto. La mano mia stringeva sempre l’edera che rigogliosa mi aveva imprigionata. Ciò non bastava eri geloso uguale. Anche se io amavo solo te!
Ora mi chiedo se fosse gelosia o solo invidia. Forse solo invidia.

giovedì 1 novembre 2012

capitolo V, tu confondevi i rovi con le rose


Il letto era il mio regno di vendetta ed io ero Nemesi, la potente Dea!
Carnefice con te piccolo uomo, cattivo e sadico sul tuo corpicino.
Non controllavo più le mie azioni. E ti mordevo. Ti graffiavo forte. Vedevo il sangue rivolarti addosso e mi pentivo per giustificarmi.
Come era bello il sangue sulla pelle. Fiumi d’inchiostro sulla pergamena, potevi intingerlo, firmare il patto e avere sempre la felicità.
Ti penetravo forte nell’amplesso, e se tu urlavi non era un mio problema. Un rivolo di rosso tra le gambe non intaccava affatto il mio godere. A letto mi prendevo libertà che compensasse la tua gelosia, come un bimbo che sugga avidamente il seno d’una madre troppo ingrata.

Ventiquattrore con te su ventiquattro. Diventi inestirpabile tumore. Non potevo non averti e se ti avevo si litigava d’inutili sciocchezze. Non eri più il mio ragazzo amante. Eri il mio punto zero, la mia norma e litigare divenne il mio respiro.
Col tempo ci si abitua anche all’odore acre e tremendo di putrefazione.


Il manager mi mise al guardaroba. Parlavo inglese con stupidi clienti. Catalogavo come uno scienziato con numeri le loro orrende giacche. Pagavano due Pound per un vestito, gli davo il bigliettino e poi good bye.
Guardavi storto mentre lavoravo, pensando che sul giallo bigliettino scrivessi i miei contatti per tradirti.
Questo ti imbufaliva e non pensavi che anche volendo non avrei potuto.
Eri edera e mi crescevi attorno.
Tuttavia non volevo. Odiavo tutti in quel tugurio d’australiano Pub.
Avevi gli occhi piccoli e incavati a vomitare sguardi inviperiti sulle mie mani, sopra il mio lavoro, con le certezze finte e ingannatrici di chi confonde i rovi con le rose.

lunedì 15 ottobre 2012

Capitolo VII, Fuggire a Parigi.

Tre mesi dopo stremato ti lasciai. Addio a te e alla tua pazzia.

“dormiamo assieme ma ognuno ha la sua vita!”
Ero convinto di poter sfuggire come farfalla alle mani di Teresa.
E invece no… rimasi accartocciato nella tua tela. Ragno maledetto!
Trovai ed ebbi un bel neozelandese. Non ne sapevo il nome ne l’età, sembrava giovane e aveva un dolce viso.
Lo ebbi in una notte senza luna. Lo ebbi al parco tra i giochi addormentati che di giorno ospitavano i bambini. Gli piacqui mi voleva rivedere.
Addio anche a te! Non voglio più catene.


Fuggii a Parigi per tre giorni esatti. A casa di un amica razionale. Portai due jeans un libro di Deleuze la telecamera che non lasciavo mai. Ed ebbi un tonfo di magnificenza. Era stupenda la città Lumière. Appena un anno prima ci vivevo ma era come non averla mai lasciata. E Notre Dame sostituì saint Paul. i bei momenti in ricordo del passato mi abreagivano il trauma del presente. Quando vivevo al centro di Parigi, in una chambre de bonne sul Quai Branlie, e di notte la luce dell'Eifel violentava i vetri delle imposte. facevo sesso senza alcun pensiero e non mi innamoravo di nessuno.
Era bella Parigi. lo è tutt'ora. non come Londra: fiore avvelenato. ma la lasciai, dovetti ritornare nel regno unito, da cosa non si sa!